Viggo Mortensen
Biondo, con capello lungo-liscio anni ottanta, Viggo Mortensen è da vent’anni nel mainstream hollywoodiano, spesso in ruoli da comprimario, a volte di caratterista (dove dà il meglio: si pensi al gangster sulla sedia a rotelle in Carlito’s Way). Dotato di un bel fisicaccio nervoso e scattante, mascella dura con fossetta alla Kirk Douglas e occhioni da buono, ha come limite quello di essere praticamente uguale alla prima volta in cui è apparso sullo schermo, nel ruolo di uno dei giovani amish in Witness di Peter Weir, ossia un forte contadino di campagna, di poche parole e ancorato alle tradizioni. In ogni ruolo che interpreta, sia quello del delinquente buono e taciturno, del padre di famiglia o dello sportivo con qualche problema di testa, mantiene un aria che esprime staticamente tutta la sua sensualità naturale, e che i detrattori potrebbero scambiare per tonta, o alla meglio, eccessivamente sognante (è comunque un poeta accreditato).
Negli ultimi anni il grande pubblico e le copertine dei rotocalchi si sono accorte di lui, specialmente grazie alla trilogia del Signore degli Anelli, dove è Aragorn, futuro re della terra di mezzo. Dopo uno strano western ambientato nel Sahara, dove fa il cavaliere solitario che ama solo il suo destriero, Viggo ha avuto l’arduo compito di cimentarsi in un film d’autore: A History of Violence di David Cronenberg, dove non convince. Potrà forse andar bene nella prima parte, dove l’ambiguità del racconto è fatta apposta per sostenere la sua espressione ignara e semplice, ma non funziona nella seconda quando si svelano i giochi e lui è sempre uguale a se stesso, mai un’espressione di paura, irritazione o cattiveria. Solo gesti atletici e occhioni da gigolò di lusso.






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